Bethel. Ecco.
La mia Bethel è nata senza che me ne accorgessi veramente.
Avevo scritto un racconto per il Caffè Letterario, un blog che consiglio a tutti di visitare, un luogo piacevolissimo dove un gruppo di amici si riunisce per scrivere e comunicare le proprie emozioni.
Era solo una manciata di righe che, non solo stava suscitando commenti molto positivi in chi si trovava a leggerle, ma allo stesso modo, in me stessa stava stimolando una curiosità e un desiderio sempre più irrefrenabili di saperne di più! Capite? Quelle frasi buttate giù quasi per caso ispirate da chissà che cosa, in realtà erano talmente potenti da coinvolgere persino me... era come se fosse lei stessa a chiamarmi, se quel nome, che era nato per puro caso, volesse qualcosa di più e non si accontentasse solo di essere l’ultima parola di un semplice racconto. Era come se mi stesse sussurrando: non mi puoi lasciare qui così, sai? Ora che mi hai chiamata alla luce devi farmi splendere...
Ho deciso quindi di assecondare quella sensazione e ho iniziato a scrivere.
La storia che ne è uscita ha stupito anche me.
Nessuno dei protagonisti era minimamente presente nella mia mente nel momento in cui ho iniziato a scrivere quello che sarebbe diventato il primo capitolo del mio libro. Tutto è uscito così, naturalmente, seguendo un’ispirazione invisibile ma prepotente e decisa. Fino ad arrivare all’ultimo capitolo.
Giusto, l’ultimo capitolo. Ovviamente non è la fine, perchè mi sono resa conto di dover fare “esperienza” di determinate situazioni ed emozioni che non si possono inventare di sana pianta, almeno se si vuole risultare credibili, devono essere vissute in prima persona. Ma la fine sta arrivando. Sento la mia Bethel che scalpita in attesa di arrivare alla soluzione e io non posso fare altro che assecondarla.